Orchestra Sinfonica di Milano - Articoli

Discovering Erich Wolfgang Korngold

Pubblicato il 16/02/2022

Riaccostarsi alla personalità compositiva di Erich Korngold è l’occasione per assistere da vicino ad un vero e proprio innesto di due stili antitetici su un medesimo musicista.
Gettiamo la maschera: la vera frattura nella storia della musica non si compie affatto a Vienna con la morte della tonalità e la nascita del serialismo (troppe affinità, morfologiche, di sintassi sussistono ancora, nonostante tutto, tra un quartetto di Haydn e uno di Anton Webern), ma con la fine della supremazia Europea e l’invasione della cultura americana nel vecchio continente.
È quando iniziano ad irrompere, nei Caffè e nei Cabaret le musiche allora chiamate “negre” (perché tale è la musica americana) e la vecchia Europa inizia a ballare non più a ritmo di Valzer e Polka, ma al ritmo del Jazz, che il paesaggio sonoro degli europei inizia a cambiare. L’occupazione degli americani, con la fine
della Seconda Guerra mondiale, fece il resto.

I compositori “alti” si erano sempre nutriti, quale humus, del linguaggio popolare (si citano sempre Schubert e Mahler, ma anche Schönberg a lezione analizzava
i Valzer di Strauss!), che come tale, quindi era patrimonio condiviso dentro e fuori l’accademia. Ora che i vecchi suoni dei violini tzigani e del pianoforte, i vecchi ritmi di quadriglia e di Mazurka vengono messi in cantina, in favore dei più pungenti suoni e ritmi del Jazz, i grandi maestri sentono franare la terra sotto i piedi, perché il mondo sonoro che avevano appreso dentro il Conservatorio, l’accademia, si è dileguato.
Solo alcuni Maestri decisero allora di sottoporsi a un difficilissimo trapianto, spesso costretti dal destino. È il caso dei numerosi musicisti che composero le prime colonne sonore di Hollywood, tra cui i più celebri sono Max Steiner e, appunto Erich Wolfgang Korngold.
Cosa dovesse significare per un musicista che aveva studiato con Brahms (Steiner) ed era stato benedetto da Mahler (Korngold) scrivere la musica per il film King Kong possiamo solo immaginarlo:

i suoni che si assaporano col latte materno 
sono quelli che costituiscono 
la propria lingua e accento, 
sostituire a quelli un nuovo linguaggio alieno 
parrebbe impresa impossibile.

Korngold si sottopose a tale trapianto e, a giudicare dalla intera sua produzione, ne fu soddisfatto: da quel momento, anche quando si rivolgeva alle forme classiche, la sua musica parlava con l’accento di Hollywood. Prima dell’incontro con il cinema, le sue opere presentano un compositore dalla vena melodica e armonica ricchissima e superbo orchestratore. Il suo capolavoro Die tote Stadt è stato ripreso pochi anni fa a Venezia e a Milano ed è un autentico miracolo; i suoi lavori viennesi si collocano sulla stessa linea (tra cui un Concerto per la mano sinistra per il solito Paul Wittgenstein).
Già con la sua prima colonna sonora (del 1935), l’autore dimostra di aver assimilato perfettamente il linguaggio hollywoodiano così come lo aveva forgiato Max Steiner.
Da quel momento i suoi lavori orchestrali successivi risentiranno molto del linguaggio hollywoodiano, dal Concerto per violino fino alla Sinfonia, meravigliosa, in Fa diesis maggiore: il musicista aveva scelto, da viennese si era fatto americano.

Marco Brighenti

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