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Musica e cervello: un binomio imprescindibile

Pubblicato il 11/02/2022

Sud della Germania. Circa quarantacinque mila anni fa.
Il freddo di una delle ultime ere glaciali entrava anche tra le mura di una grotta usata come rifugio da un uomo di circa 1,60m, vestito con pelliccia di renna, che teneva in mano un piccolo flauto realizzato con il radio di un’ala di avvoltoio. E, probabilmente, suonava. Non sappiamo cosa suonasse, ma quel che è certo è che non era solo. Attorno a lui erano seduti altri piccoli uomini di Neanderthal, raccolti attorno al fuoco per fuggire al freddo e fare musica come pura forma di aggregazione. Ogni cultura umana che si è evoluta ha sviluppato tracce di musica. I reperti archeologici neandertaliani sono la prova che si producevano suoni già quarantamila anni fa, ma molti indizi ci fanno pensare che anche l’Homo Sapiens, vissuto 200mila anni fa, costruisse tamburi o strumenti a fiato per fare musica all’interno di un gruppo.

Il potere lenitivo della musica è un concetto che ha lasciato piccole ma indelebili tracce nella storia evolutiva dell’uomo: gli egizi utilizzavano la musica nei templi come strumento curativo; Aristotele, nel suo Intorno all’anima, descrive il potere lenitivo del suono del flauto; Platone, ne La Repubblica, sostiene che determinate melodie stimolino specifici stati d’animo; e, cosa ancora più curiosa e interessante, l’attuale logogramma cinese che sta per medicina deriva dal più antico carattere che indica la musica.
Oggi, riusciamo a dimostrare il potere benefico della musica attraverso gli studi condotti in campo medico e neuroscientifico. Numerose prove dimostrano che la musica può rivelarsi un efficace strumento di cura. È stato dimostrato che ascoltare e fare musica sono due fenomeni che causano una serie di comportamenti e risposte fisiologiche: a seguito di una stimolazione sonoro-musicale si attivano alcune aree cerebrali, nella zona corticale e in quelle sub-corticali (limbiche e para-limbiche, deputate alla percezione e alla regolazione emotiva) che ripercuotono il loro effetto sul flusso sanguigno, sul sistema nervoso autonomo, sul sistema cardiovascolare e immunitario, sulla pressione arteriosa e sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che regola la condizione di stress. 


Chissà se Wolfgang Amadeus Mozart, mentre abbozzava le prime idee della Sonata per due pianoforti in re maggiore (K. 448), avrebbe mai immaginato che, duecento anni dopo, potesse far nascere un’accanita disputa scientifica su quello che divenne noto come l’Effetto Mozart: la teoria secondo cui all’ascolto della sonata si sarebbe verificato un temporaneo aumento delle capacità cognitive. Era il 1993, lo studio fu pubblicato su Nature e i due scienziati responsabili dello studio, Gordon Shaw e Frances Rauscher, furono – ovviamente – mal interpretati. La discussione iniziò quando Alex Ross, critico musicale per il New York Times decise di riassumere la scoperta scrivendo che “i ricercatori hanno determinato che l'ascolto di Mozart in realtà ti rende più intelligente”. La bomba mediatica scoppiò. In realtà, quello che fu riscontrato durante lo studio fu un miglioramento temporaneo del ragionamento spaziale, ovvero la capacità di manipolare e ragionare su forme e relazioni spaziali (e non un miglioramento del QI generale). La comunità scientifica iniziò a criticare lo studio, a finanziare studi successivi per verificare l’effettiva esistenza dell’Effetto Mozart e alla fine, dopo sei anni di aspri dibattiti, la comunità scientifica fu d’accordo nell’inserire l’Effetto Mozart tra i “Cinquanta Grandi Miti della Psicologia Popolare”. 
Ora possiamo dirlo chiaramente: ascoltare Mozart non rende più intelligenti. Tuttavia, Mozart deve sortire un certo fascino nel mondo della ricerca scientifica perché la Kaohsiung Medical University di Taiwan ha preso il Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 in La maggiore (K. 488) per verificare il ruolo della musica nel trattamento delle convulsioni sui soggetti epilettici. Lo studio, condotto su 46 soggetti nel corso di sei mesi, ha mostrato che il tasso di recidive è stato significativamente inferiore nel gruppo che si era sottoposto all'ascolto del concerto rispetto al gruppo di controllo. I ricercatori avvertono: sarà necessario condurre lo studio su gruppi di più larga scala per confermare i risultati, ma è impossibile non evidenziare l’incredibile risultato che è stato ottenuto. La musica, in questo studio, si è rivelata curativa.


Uno degli studi più sorprendenti è stato pubblicato nel 2015: “The effect of listening to music on human transcriptome”, condotto da Chakravarthi Kanduri et alii ad Helsinki. Ancora una volta: Mozart. Più precisamente, i ricercatori hanno deciso di prendere il Concerto per violino n. 3 in sol maggiore (K. 216), perché “relatively familiar in the western culture”. I quarantotto partecipanti furono sottoposti all’ascolto del concerto per venti minuti (l’effettiva durata del concerto), per verificare l’effetto della musica classica sul trascrittoma umano. I risultati furono straordinari: lo studio rivelò che l’ascolto del concerto produceva modificazioni nell’espressione dei nostri geni. Modificazioni che avevano un duplice effetto: da una parte aumentavano l’espressione di una serie di geni importanti per la salute del cervello, dall’altro spegnevano le attività dei geni coinvolti nelle malattie neurodegenerative.
Torniamo in Italia, andiamo a Milano. Nel 2013 viene pubblicato su Social Indicators Research uno studio dal titolo “Gender-related Effect of Cultural Participation in Psychological Well-being: Indications from the Well-being Project in the Municipality of Milan”, che si proponeva di misurare l’indice di benesseri di mille cittadini milanesi in relazione alle loro abitudini culturali. L’ascolto musicale è risultata la forma di partecipazione culturale più significativa sull’indice di benessere. Uno dei dati più significativi emersi dall’analisi riguarda proprio i concerti di musica classica: più è intensa la partecipazione a concerti di musica classica, maggiore è l’indice di benessere percepito.
Il crescente riconoscimento della musicoterapia come disciplina fondata su solide basi medico-scientifiche ha portato a un incremento degli studi volti a definire i potenziali effetti terapeutici dell’ascoltare e fare musica. È stato dimostrato che le attività musicali contribuiscono a rallentare l’invecchiamento contrastando il declino cognitivo senile, che riducono lo stress, che possono rivelarsi un ottimo strumento per facilitare l’espressione e la regolazione emotiva tra i medici e i pazienti affetti da disturbi psichici-psichiatrici. Oggi, la musica viene utilizzata all’interno di cliniche ed ospedali come elemento complementare, sia dal punto di vista strettamente terapeutico – grazie alle nuove evidenze scientifiche che continuano ad affermarsi – sia dal punto di vista umano, perché – ricordiamolo – la musica aiuta ad avvicinare emotivamente le persone, a creare contatti senza l’utilizzo di parole: la musica è una delle più antiche forme di aggregazione.

Laura Ruggeri

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