Il
13 febbraio torna
Yoel Gamzou, sul podio dell’Auditorium di Largo Mahler, per presentare la sua versione della
Decima sinfonia di Gustav Mahler in
Prima Italiana con l’Orchestra Sinfonica di Milano. Un lavoro che il compositore ha lasciato in fase di abbozzi e che ha sempre affascinato il mondo della musica. La
Decima: Addio alle scene o la nascita di una nuova fase creativa?
Abbiamo incontrato il M° Yoel Gamzou per farci raccontare del suo rapporto viscerale con la musica di Mahler e, in particolare, con la
Decima sinfonia.
E.P.: Nel completamento ha utilizzato solo gli schizzi o anche le parti più avanzate, come il primo movimento?
Y.G.: Il primo movimento è stato il più difficile, perché in realtà non è completo. Esistono diverse versioni che si contraddicono tra loro, per ragioni anche storiche e politiche. L’Adagio, spesso considerato definitivo, è il risultato di numerose decisioni arbitrarie. Ho dovuto affrontare un vero lavoro investigativo: confrontare schizzi, partiture brevi e bozze orchestrali, analizzando ogni battuta. A volte ho passato settimane su una sola misura per capire quale fosse l’intenzione di Mahler. L’idea di poter prendere quel movimento così com’è e pubblicarlo come definitivo è semplicemente sbagliata.
E.P.: Ci può parlare della forma del primo movimento?
Y.G.: Il primo movimento non può essere compreso senza il quinto. Suonare l’Adagio da solo è un grave errore, perché è speculare al finale, come accade nella Nona sinfonia. Nella Decima questo rapporto è ancora più forte. Il grande accordo dissonante del primo movimento, aggiunto da Mahler solo in una fase avanzata, ritorna identico nell’ultimo movimento con una strumentazione diversa. Per me questa è la chiave dell’intera Sinfonia: quando torni allo stesso punto del viaggio, il significato è cambiato. Dopo arriva l’epilogo, forse i dieci minuti più belli che Mahler abbia mai scritto, dove l’accettazione della morte conduce alla trascendenza.
E.P.: Nell’orchestrazione si è ispirato ad altre sinfonie di Mahler?
Y.G.: Sì, ma ho cercato di fare un salto simile a quello che Mahler stesso fece dalla Nona alla Decima. Ho ampliato l’uso delle percussioni e inserito strumenti insoliti, riflettendo ciò a cui Mahler era esposto negli anni newyorkesi. Anche l’orchestrazione, come l’armonia e il ritmo, guarda avanti.
E.P.: La Decima è la fine di un percorso o l’inizio di qualcosa di nuovo?
Y.G.: Entrambe le cose. Vedo Das Lied von der Erde, la Nona e la Decima come una trilogia d’addio: alla vita, a una civiltà, infine a tutto. Ma la Decima è anche una porta verso un mondo che non abbiamo mai potuto esplorare. Se Mahler fosse vissuto più a lungo, avrebbe probabilmente seguito una strada diversa da quella di Schönberg.