Richard Strauss e lo stile tardo: l’addio come forma compiuta - Orchestra Sinfonica di Milano

Richard Strauss e lo stile tardo: l’addio come forma compiuta

Pubblicato il 04/02/2026

Il 6 e 8 febbraio  torna sul podio della Sinfonica di Milano il direttore Marko Letonja, per un programma dedicato ai due giganti della musica sinfonica: Beethoven e Strauss. Al centro del programma i Vier letzte Lieder, l’ultimo dono al mondo di Richard Strauss. Momento apicale dell’ultima fase artistica del compositore tedesco, un nostalgico addio alla vita? In questo articolo abbiamo cercato di riflettere su questo tema per trovare un senso alla sua ultima produzione che così pervicacemente guarda al passato.

Torniamo al passato: sarà un progresso

scriveva Giuseppe Verdi in una celebre lettera. Una frase che sembra descrivere con sorprendente precisione lo stile tardo di Richard Strauss e, in particolare, i Vier letzte Lieder, composti tra il 1945 e il 1949, all’estremo confine della sua lunga parabola creativa. In queste ultime opere, Strauss non guarda avanti, né cerca di misurarsi con le avanguardie del Novecento: al contrario, torna consapevolmente indietro, verso un linguaggio che appartiene a un altro tempo, trasformando la regressione stilistica in una scelta poetica.
Già molto prima dei Vier letzte Lieder, il mondo “settecentesco” evocato da Strauss — soprattutto nelle collaborazioni con Hofmannsthal e con Clemens Krauss — si impone come uno spazio privilegiato, quasi preistorico nella sua libertà dalle urgenze del presente. Il Settecento del Cavaliere della rosa o di Arianna a Nasso non è una ricostruzione storica, ma un luogo ideale di autoindulgenza, eleganza e voluttà, in cui il conflitto sembra dissolversi. Glenn Gould ha letto questa tendenza come parte del “destino artistico individuale”: una fuga dalla modernità che diventa, nel Novecento, un tratto tipico dello stile tardo.

Norman Del Mar ha definito l’ultima stagione creativa di Strauss come una vera e propria “Estate indiana” in cui riaffiora un’energia sorprendente, nonostante la prossimità della fine. Nei Vier letzte Lieder, osserva Del Mar, non c’è una tristezza immediata, ma qualcosa di più profondo e indicibile: una stanchezza dell’età dell’oro che non si consuma nel lamento, ma si sublima in una bellezza estrema. Brani come “Beim Schlafengehen” e “Im Abendrot” non mettono in scena il dramma della morte, bensì la sua attesa quiete, quasi desiderata, attraverso una scrittura orchestrale trasparente e un canto che sembra già appartenere a un altrove.
Questa dimensione richiama inevitabilmente un’altra grande figura del tardo Novecento: Morte a Venezia.
Nel finale del racconto di Thomas Mann — e nelle sue trasfigurazioni cinematografiche e musicali, da Visconti a Britten passando per Mahler — queste musiche diventano luogo simbolico dell’addio alla vita.
Kirsten Flagstad (1895 – 1962), interprete dei Lieder di R. Strauss per la prima assoluta diretta da Furtwängler alla Royal Albert Hall di Londra
L’uso dell’Adagietto dalla Quinta sinfonia di Mahler nel film di Visconti è emblematico: una pagina nata nel momento più vitale dell’esistenza del compositore viene trasformata in spazio sonoro della dissoluzione. Allo stesso modo, in Strauss, una lingua musicale pienamente padroneggiata diventa il veicolo di una riflessione estrema sulla fine.

Ferdinand Schmutzer Ritratto di Richard Strauss con autografo
Edward Said ha colto il carattere destabilizzante dello stile tardo di Strauss: un compositore “in pensione”, romantico di fine Ottocento che continua a scrivere come se il suo tempo non fosse mai finito, esasperando un linguaggio ormai estraneo alla sua epoca. È proprio questa ostinazione a rendere Strauss, secondo Said (e Theodor Adorno), “imbarazzante”: privo di angoscia apparente, immune dal disagio che segna altri stili tardi. Quando però l’angoscia emerge — come nelle Metamorphosen — lo fa attraverso una scrittura fluida, ornamentale, affermativa, quella che Adorno definisce una volontà stilistica consapevole, costruita “di proprio pugno”.
Vero e proprio detrattore di Strauss, le critiche di Adorno sono tra le più dure: lo accusa di una solennità conciliatoria, quasi ufficiale, che risuona in modo inquietante se accostata al contesto storico della Germania del Secondo Conflitto mondiale. Eppure, al di là delle riserve ideologiche, resta il fascino innegabile di questo stile. Le ultime opere di Strauss — Vier letzte Lieder, Capriccio, Metamorphosen — formano un corpus coerente, segnato da una fuga dalla realtà che non è evasione superficiale, ma raffinata presa di distanza.
Nei Vier letzte Lieder, lo stile tardo di Strauss raggiunge il suo punto di massima concentrazione: una musica priva di conflitto, tecnicamente perfetta, sospesa in un tempo che sembra non appartenere più alla storia. A differenza dello stile tardo di Beethoven, frammentato e spigoloso, quello di Strauss è levigato, luminoso, perfettamente a suo agio nella propria bellezza. È proprio questa serenità estrema, questo addio senza strappi, a renderlo così profondamente perturbante — e così irresistibile.

Redazione

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