Edward Said ha colto il carattere destabilizzante dello stile tardo di Strauss: un compositore “in pensione”, romantico di fine Ottocento che continua a scrivere come se il suo tempo non fosse mai finito, esasperando un linguaggio ormai estraneo alla sua epoca. È proprio questa ostinazione a rendere Strauss, secondo Said (e Theodor Adorno), “imbarazzante”: privo di angoscia apparente, immune dal disagio che segna altri stili tardi. Quando però l’angoscia emerge — come nelle Metamorphosen — lo fa attraverso una scrittura fluida, ornamentale, affermativa, quella che Adorno definisce una volontà stilistica consapevole, costruita “di proprio pugno”.
Vero e proprio detrattore di Strauss, le critiche di Adorno sono tra le più dure: lo accusa di una solennità conciliatoria, quasi ufficiale, che risuona in modo inquietante se accostata al contesto storico della Germania del Secondo Conflitto mondiale. Eppure, al di là delle riserve ideologiche, resta il fascino innegabile di questo stile. Le ultime opere di Strauss — Vier letzte Lieder, Capriccio, Metamorphosen — formano un corpus coerente, segnato da una fuga dalla realtà che non è evasione superficiale, ma raffinata presa di distanza.
Nei Vier letzte Lieder, lo stile tardo di Strauss raggiunge il suo punto di massima concentrazione: una musica priva di conflitto, tecnicamente perfetta, sospesa in un tempo che sembra non appartenere più alla storia. A differenza dello stile tardo di Beethoven, frammentato e spigoloso, quello di Strauss è levigato, luminoso, perfettamente a suo agio nella propria bellezza. È proprio questa serenità estrema, questo addio senza strappi, a renderlo così profondamente perturbante — e così irresistibile.