Daniel Müller-Schott: "Il violoncello, uno specchio dell’essere umano" - Orchestra Sinfonica di Milano

Daniel Müller-Schott "Il violoncello, uno specchio dell’essere umano"

Pubblicato il 03/09/2026

Tra i più autorevoli violoncellisti della scena internazionale, Daniel Müller-Schott ha costruito il proprio percorso artistico nel dialogo costante tra il grande repertorio e la musica del nostro tempo. Al centro del suo ritorno con l’Orchestra Sinfonica di Milano c’è il Concerto per violoncello di Edward Elgar, pagina tra le più intense e amate del repertorio novecentesco: un’opera segnata dalla memoria, dalla perdita e dalla fine di un mondo, che accompagna Müller-Schott fin dagli anni della formazione. In questa conversazione il violoncellista tedesco racconta il suo rapporto con il capolavoro di Elgar, il ricordo dell’ascolto di Jacqueline du Pré, l’incontro quasi fortuito con il prezioso Goffriller del 1727 che suona da oltre vent’anni e l’importanza di continuare ad ampliare il repertorio. Ma riflette anche sul tempo, sulla maturità dell’interprete e sulla necessità di avvicinare le nuove generazioni alla musica classica.
Il  Concerto per violoncello di Elgar accompagna una parte importante della sua vita artistica: lo ha incontrato giovanissimo e ha continuato a tornarvi negli anni. Come sono cambiati nel tempo il suo modo di comprenderlo e la sua interpretazione?
Una cosa che ho imparato di questo Concerto è che Elgar lo considerava come l’ultima grande testimonianza di un’epoca che sentiva non sarebbe più tornata: l’epoca del Romanticismo. Il tema centrale del Concerto, nella sua semplicità quasi da canto popolare, mi fa pensare a Schumann. Nel corso degli anni la mia comprensione di questa musica si è fatta più profonda e, attraverso le esperienze che ho vissuto, l’opera è diventata per me sempre più personale.
Elgar scrisse il Concerto nel 1919, all’indomani della Prima guerra mondiale, in un mondo profondamente cambiato. È una musica attraversata dalla memoria e dal senso della perdita, ma anche da una straordinaria dignità. Che cosa può dirci oggi, a più di un secolo di distanza?
Ciò che mi affascina è la straordinaria versatilità e ambiguità del tema di Elgar. Attraverso i soli cambiamenti dell’orchestrazione e della dinamica, la quieta tenerezza di una ninna nanna si trasforma in un lamento funebre di grande intensità drammatica, per poi spegnersi lentamente e lasciare temporaneamente spazio a un secondo tema, più leggero, in 12/8.
Questa melodia così particolare, divenuta il tema principale del primo movimento, accompagnò Elgar per tutta la vita. Molti anni dopo, ormai vicino alla morte, il compositore la canticchiò a un amico scherzando:


Se, quando sarò morto, sentirai qualcuno fischiettare questa melodia sulle Malvern Hills, non allarmarti. Sono soltanto io

Trovo affascinante poter entrare, attraverso l’empatia, nel viaggio di Elgar e condividere con il compositore una simile profondità di pensiero e di esperienza. Ogni volta che suono questo Concerto provo semplicemente gratitudine. E credo che, nel nostro tempo, abbiamo ancora molto da imparare dal messaggio profondamente commovente che Elgar vi ha affidato.
Il Concerto di Elgar è indissolubilmente legato anche a Jacqueline du Pré, la cui celebre incisione rappresentò il suo primo incontro con quest’opera. Come ci si confronta con un capolavoro che porta con sé una tradizione interpretativa tanto forte, riuscendo al tempo stesso a trovare la propria voce?
Ricordo che durante la mia infanzia i miei genitori ascoltavano la celebre, straordinaria registrazione di Jacqueline du Pré: è stato il mio primo incontro con questo Concerto. Molti anni dopo, nel 1994, cominciai a studiarlo alla Hochschule für Musik di Monaco con il mio maestro Walter Nothas e successivamente in Inghilterra con Steven Isserlis.

All’epoca lo suonavo con il pianoforte; la prima esecuzione con orchestra arrivò quattro anni più tardi, a Stoccarda. Ricordo ancora molto chiaramente la sensazione travolgente che provai dopo aver suonato la celebre scala che conduce al primo tutti orchestrale, quando emerge quel tema epico di Elgar con il quale il compositore desiderava essere ricordato.

Cerco sempre di imparare da interpretazioni così importanti. Ma bisogna seguire la propria strada, vivere le proprie esperienze all’interno dell’opera, trovare la propria voce e poi cercare di esprimerla nel modo più autentico e personale possibile.
Come è arrivato per la prima volta al violoncello? È stata subito una sorta di vocazione oppure, come spesso accade nella musica, ha avuto un ruolo anche il caso?
Devo dire che la prima volta che ascoltai un violoncello ne rimasi completamente folgorato. La bellezza e il calore del suono, la naturalezza del modo in cui viene suonato: tutto questo mi fece desiderare istintivamente di imparare a suonarlo.
La mia fortuna, a cinque anni, fu avere una madre che faceva musica ed era lei stessa musicista. Trovò immediatamente un buon insegnante con cui potessi iniziare, cosa importantissima per un bambino: qualcuno capace di continuare a motivarti e di intuire fin dall’inizio le tue possibilità.
Ha cominciato la carriera giovanissimo e ormai si esibisce da molti anni sui palcoscenici internazionali. Oggi cerca nella musica e nell’interpretazione qualcosa che a vent’anni ancora non cercava?
Credo che siano cambiamenti che avvengono in maniera quasi inconscia. Più si va avanti con gli anni, più ci si rende conto di quanto sia prezioso il tempo che abbiamo a disposizione nella vita. Ogni minuto, ogni secondo acquista un valore ancora maggiore rispetto a quello che gli attribuivamo da giovani. È una consapevolezza che, con il passare degli anni, cambia non soltanto la persona, ma anche il musicista.
Lei suona un Matteo Goffriller del 1727, uno strumento con quasi tre secoli di storia. Che rapporto si crea nel tempo con uno strumento dotato di una personalità così forte? Quanto la sua voce influenza le sue scelte interpretative e, viceversa, quanto un musicista può trasformare il modo in cui uno strumento antico “parla”?
Ho la fortuna di suonare il mio Goffriller da oltre vent’anni. Ha una storia molto particolare: apparteneva al grande violoncellista americano Harvey Shapiro, che conobbi proprio vent’anni fa.
foto Uwe Arens
Fu un incontro in qualche modo casuale. Harvey mi ascoltò durante un’esibizione radiofonica dal vivo e il giorno successivo mi propose di incontrarci a New York per farmi provare il suo magnifico violoncello antico. Mi innamorai immediatamente del suo suono: ha una voce profonda e ricca di carattere, ma allo stesso tempo possiede grande forza e proiezione. Una combinazione straordinaria.
Accanto al grande repertorio, ha sempre dimostrato una forte curiosità per la musica contemporanea, per opere meno conosciute e per nuove trascrizioni destinate al violoncello. Quanto è importante per un interprete di oggi non limitarsi a custodire una tradizione, ma contribuire ad ampliare il repertorio e a immaginare il futuro dello strumento?
Il mio amore per la musica del nostro tempo è nato durante l’adolescenza, quando studiavo con il Maestro Rostropovich. Mi fece studiare le opere di Šostakovič e Prokof’ev, che erano stati suoi amici molto stretti. Per la prima volta nella mia vita ebbi la sensazione che potesse esistere un legame diretto e personale con la musica che suoniamo. Fu proprio quell’esperienza a spingermi a cercare un dialogo con i compositori contemporanei.
Sono felice che, nel corso degli anni, diversi compositori che sono anche miei amici abbiano scritto opere per me, e mi considero fortunato per aver avuto la possibilità di dar loro vita.
Oggi orchestre, teatri e festival si interrogano sempre più spesso su come costruire il pubblico del futuro: come raggiungere chi non frequenta ancora la musica classica e, in particolare, le nuove generazioni. Che cosa dovrebbero fare diversamente le istituzioni musicali? E che cosa possono fare gli stessi musicisti per rendere la musica classica accessibile e significativa senza comprometterne l’identità artistica?
Per me tutto parte dall’educazione. Una volta entrati in contatto con la bellezza della musica classica, questa può diventare un’“amica per la vita”. Dobbiamo quindi andare incontro alle persone, sostenere la musica e gli insegnanti e invitare i bambini alle prove e ai concerti. Credo che oggi sia essenziale se vogliamo costruire una scena musicale davvero vitale per il futuro.
Infine, se potesse suggerire al pubblico una sola cosa da ascoltare nel Concerto per violoncello di Elgar – un momento, un gesto, un’emozione – quale sceglierebbe?
Sceglierei il tema attraverso il quale Elgar desiderava essere ricordato: quella splendida melodia, simile a un canto, che nel primo movimento viene intonata dalle viole e poi proseguita dal violoncello solista. Ritorna quattro volte e possiede una straordinaria bellezza introspettiva: è una musica che sembra interrogarci e, nello stesso tempo, avvolgerci e sostenerci con il suo calore.

Redazione

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